RICONOSCERE IL MOBBING

MOBBING: L’IMPORTANZA DI RICONOSCERLO

1. La valutazione peritale del Mobbing

I 7 parametri per riconoscere il Mobbing: il Metodo Ege®

Abbiamo già evidenziato come la parola “Mobbing” continui a conservare tuttora, a distanza di più di 30 anni dalla sua diffusione, un’inconsueta forza persuasiva presso l’opinione pubblica inducendola alla tentazione irrefrenabile di utilizzarla in modo improprio, “appioppandola” a qualsiasi contesto ambientale problematico.

Il Mobbing è stato recepito come una sorta di “maxi contenitore” ideale per richiamare qualsiasi situazione, anche extra lavorativa, complessa connotata da frustrazioni, abusi, violenza psicologica.

Il Mobbing è diventato però anche un qualcosa di evanescente, perdendo qualsiasi contorno di certezza.

Se tutto è Mobbing, allora niente è Mobbing” (Harald Ege)

Tutto ciò, purtroppo, ha avuto un risvolto negativo, eminentemente pratico: ha comportato grande insicurezza sotto il profilo della tutela giuridica della vittima di Mobbing (e di Straining) ed un sensibile disorientamento degli operatori forensi che si sono ritrovati privati di punti di riferimento.

Nell’intento di fare chiarezza, il dott. Harald Ege, ha introdotto nel 2002 un protocollo di accertamento, delle condotte vessatorie sul luogo di lavoro, il Metodo Ege®, contribuendo a riaffermare l’autonomia concettuale della categoria del Mobbing ed i relativi confini ontologici.

Purtroppo, ad oggi, l’analisi del conflitto e del Mobbing, così importante, risulta un’attività ancora estremamente sottovalutata nella prevalente pratica forense.

I punti di forza del Metodo Ege®

Di seguito le caratteristiche che rendono unica questa metodologia:

Secondo il Metodo Ege ®, la rilevazione del Mobbing (e dello Straining) deve essere effettuata tramite la verifica empirica di 7 parametri tassativi. La semplicità concettuale di tali parametri non deve trarre in inganno: nella pratica, la loro verifica è estremamente complessa.

I 7 parametri possono essere perfettamente desunti dalla definizione ufficiale di Mobbing approntata dal dott. Ege. Sono tutti indispensabili.

Eccoli:

  1. L’ambiente lavorativo
  2. La frequenza
  3. La durata
  4. Il tipo di azioni
  5. Il dislivello tra gli antagonisti
  6. L’andamento in fasi successive
  7. L’intento persecutorio
  • E’ l’unico protocollo che può considerarsi affidabile in quanto caratterizzato da un rigore metodologico prettamente scientifico.
  • E’ stato ricavato da una ricerca empirica portata avanti proprio da Prima a partire dal 1996 che al 2002 contando ben 3000 casi di Mobbing o di (presunto) Mobbing analizzati. Ad oggi i casi analizzati sono più di 20000 e ad oggi, a distanza di 25 anni, Ege ne riafferma la piena validità.
  • E’ stato accolto da vari tribunali, divenendo noto nel mondo giuridico sino ad essere recepito dalla Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 10037/2015).
  • Costituisce la prima di 3 fasi in cui si articola il Metodo Ege®.
  • Il Metodo Ege® (coperto dal diritto di autore), è utilizzabile, nella sua interezza, unicamente da parte del dott. Ege e da psicologi regolarmente iscritti all’albo che abbiano conseguito una speciale abilitazione all’uso. Sarà possibile trarre il massimo vantaggio da tale strumento solo se ad applicarlo sia un professionista dotato della relativa e necessaria competenza specialistica: il perito o l’Esperto di Mobbing (che coinciderà col CTP = consulente tecnico di parte); lo Psicologo specializzato in Psicologia del lavoro e Psicologia forense, in particolare nella materia della conflittualità lavorativa.

2. La vittima che prende coscienza del Mobbing

Abbiamo chiarito che l’attività di riconoscimento “ufficiale” del Mobbing deve essere devoluta allo psicologo del lavoro, quale unico possibile Esperto di Mobbing, ma naturalmente per essere effettuata deve essere promossa su iniziativa della vittima di Mobbing che deve riconoscerne i “segnali”.

Abbiamo anche chiarito che la prima esigenza (così anti-intuitiva perché vige incrollabile la presunzione che tutto sia Mobbing) che la vittima dovrebbe soddisfare è proprio quella di capire se ciò che vivendo sul posto di lavoro sia effettivamente Mobbing o eventualmente qualcos’altro e prendere coscienza della gravità del problema.

“Purtroppo normalmente succede che un caso di Mobbing venga finalmente percepito e scoperto come tale solo quando oramai è troppo tardi per arginarlo” (Fonte: “Mobbing, Che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro”, Harald Ege, Pitagora Editrice Bologna)

Un conflitto occupazionale, dunque, inizia sempre con la percezione che qualcosa non va come dovrebbe andare. La persona non dovrebbe mai ignorare questo segnale.

Questa percezione, tuttavia, tende a disperdersi in un profondo stato confusionale: la vittima è incredula e si chiede “sta succedendo proprio a me?

In una prima fase, la futura vittima di Mobbing può agire: si tratta di una fase di tensione interpersonale. Potrebbe invitare la controparte ad un chiarimento, tentare di impedire un’estremizzazione delle divergenze, o (molto importante) evitare che il conflitto sconfini dal perimetro di un confronto razionale ed equilibrato che verte su aspetti oggettivi (dai quali originano le stesse divergenze) e che la carica emotiva prenda il sopravvento (dando libero spazio ad attacchi personali).

C’è un momento in cui senz’altro la vittima percepisce di essere destinataria di azioni deliberate, appositamente create per arrecarle un danno, in questo senso si rende manifesta una strategia discriminatoria: il Mobbing è entrato in una fase conclamata ed è perfettamente riconoscibile.

La vittima subisce azioni che evidenziano che è “nel mirino” del mobber per ragioni prettamente personali.

Spesso accade che si sente spaesata, ha il terrore di sbagliare, si sente “in scacco”, avverte chiaramente che il suo benessere fisico e psicologico è messo a dura prova, brancola nel buio, a volte arriva a pensare addirittura al suicidio come unica via di uscita.

A questo punto, molto probabilmente, si trova ad un punto di non ritorno: la situazione non cambierà, a meno che la vittima non faccia qualcosa per cambiarla.

Nel momento in cui la persona prende coscienza del problema, quindi nella fase iniziale del percorso di gestione, in quel preciso momento, diventa essenziale ricercare la consulenza specializzata dello psicologo del lavoro capace di guidarla a compiere i passi giusti, in qualunque “punto” del problema si trovi.

Immaginatevi alla guida della vostra auto: all’improvviso si accende una spia. Qualcosa non va. Qual’è la prima cosa che fate? Andate dal gommista a cambiare le gomme? Andate in concessionaria ad acquistare un’altra auto? O vi recate dal meccanico per accertare l’origine dell’accensione della spia?

Un problema o un disagio che si inserisce in una dinamica vessatoria attuata nel proprio ambiente di lavoro sono una “spia” cui certamente una persona non resta insensibile, o cui dovrebbe prestare attenzione. Questa “spia”, di solito, è indice di un presagio funesto: quel problema, che nasconde gravi insidie, diventerà un grande problema capace di impattare irrimediabilmente sul suo destino professionale. E sa che il disagio profondo proviene con tutta evidenza dal proprio ambiente di lavoro.

Lo psicologo del lavoro sa leggere, dare un nome e sa dare il giusto peso a quella “spia” svolgendo quel fondamentale ruolo di orientamento. Non solo getterà le basi per una strategia legale efficace.

Oggi più che mai, sull’onda di una straordinaria apertura della giurisprudenza di legittimità  verso una tutela più estesa dei lavoratori in materia di stress da conflittualità, l’esigenza di una consulenza tempestiva e altamente qualificata emerge con tutta la sua forza.

Statisticamente, la vittima di Mobbing promuove azione legale per Mobbing a stadio avanzato quando sia il suo benessere fisico e psicologico sia la sua situazione professionale sono gravemente compromessi. Ecco perché dovrebbe ricercare la consulenza dell’Esperto ai primi segnali di disagio. Non solo. Statisticamente, il 60% dei casi di Mobbing in origine erano casi di Straining.

Piccolo autotest

Ecco una serie di domande – tratte dall’autotest “Sei una vittima di Mobbing?” pubblicato nel libro “Mobbing conoscerlo per vincerlo” di Harald Ege, FrancoAngeli – le cui risposte positive possono costituire un valido campanello di allarme che suggerisce un problema sul lavoro degno di attenzione.

  • Svolgo mansioni diverse da quelle per cui sono stato assunto/a?
  • L’atmosfera in ufficio è diventata pesante e tesa?
  • Vengo regolarmente incolpato/a di qualsiasi errore o problema?
  • Sono spesso apatico/a e privo/a di iniziativa?
  • Mi sento male al solo pensiero di andare al lavoro?
  • Cerco delle scuse per assentarmi dal lavoro?
  • Ho spesso notti d’insonnia o tendo a svegliarmi troppo presto?
  • Piango spesso?
  • Ho paura?
  • Litigo spesso in famiglia per problemi lavorativi?

Se la risposta alla maggior parte di queste domande è positiva, consigliamo vivamente di richiedere un colloquio specifico con un Esperto.

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