
LE CONSEGUENZE DEL MOBBING
GLI EFFETTI DEL TERRORISMO PSICOLOGICO SUL POSTO DI LAVORO BEN OLTRE I DISTURBI PSICO-SOMATICI
La potenza lesiva del Mobbing: uno spartiacque nell’esistenza della Persona
“Larve umane”, “fantasmi di se stessi sospesi tra la vita e la morte” (fonte: “La valutazione peritale del danno da Mobbing e da Straining“, H. Ege, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019).
Così che si definiscono alcune vittime di Mobbing o di Straining.
Il Mobbing, il “vero” Mobbing inteso come forma di terrorismo psicologico (sul posto di lavoro), infatti, è in grado di distruggere letteralmente un individuo in quanto lavoratore o lavoratrice ed in quanto Persona, intesa nel senso più ampio del termine, impattando sulla vita umana a 360 gradi.
In effetti, nelle dinamiche persecutorie, lo scopo degli attacchi del mobber o dello strainer è proprio quello di colpire la persona: la motivazione (cd scopo politico, secondo H. Ege) che anima l’intento persecutorio è sempre di natura personale e di natura discriminatoria (cd obiettivo discriminatorio, secondo H. Ege).
Ogni dinamica di Mobbing porta con sè sempre uno sconvolgimento della dimensione esistenziale della vittima coinvolta, nella cui vita si può distinguere perfettamente un “prima” e un “dopo”, a prescindere dalle eventuali sintomatologie cliniche rilevabili. In questo senso, è possibile riconoscere alle dinamiche vessatorie una potenza lesiva intrinseca direttamente proporzionale all’intensità persecutoria che alimenta le condotte mobbizzanti ed alla capacità di intaccare il senso auto-percepito della vita stessa.
Le ripercussioni sono innumerevoli: la vittima di Mobbing e di Straining vive un devastante senso di inadeguatezza e di insicurezza personale che, naturalmente, altera la percezione di se stessa quale persona capace e competente, performante, anzitutto sul piano professionale: la perdita di autostima e di fiducia in se stessa è, in effetti, il primo effetto collaterale.
Ancora: abbandono di qualsiasi hobby o passione si praticasse prima della vicenda conflittuale, verso i quali la persona non nutre più alcun assoluto interesse, come pure per la cura della propria casa o della propria persona che subisce un abbruttimento, interruzione di qualsiasi attività sportiva e motoria, passaggio da un regime nutrizionale regolare ad un comportamento compulsivo fatto spesso di abbuffate (cibo spazzatura) o vuoti di fame da cui spessissimo segue una vistosa variazione di peso; progettualità azzerata, d’altra parte il presente ha perduto di senso e di significato perchè dovrebbe averne il futuro?
Ancora: repulsione per la socialità prediligendo, invece, l”auto-isolamento, che diventa una vera e propria scelta esistenziale percepita come unica forma di protezione possibile, posto che qualsiasi stimolo proveniente dall’esterno viene vissuto come elemento di disturbo insopportabile; deterioramento delle relazioni significative per sopravvenuta conflittualità, irritabilità, difficoltà comunicative, d’altra parte gli affetti più vicini non possono comprendere appieno, né tantomeno sostenere il peso del disagio emotivo che sta investendo il loro congiunto e, snervati, lo allontanano (cd Doppio-Mobbing). La vittima di Mobbing si ritrova, quindi, privata del tutto del prezioso sostegno emotivo da parte dei propri cari e del dono della condivisione affettiva, sentendosi ancora più sola e vulnerabile.
Non di rado, le vittime di Mobbing e di Straining documentano separazioni o divorzi, quali esiti di tali dinamiche, che finiscono per travolgere anche la tenuta dei legami affettivi primari. La perdita di stabilità che si sperimenta sul fronte personale si riverbera spesso anche nella relazione genitoriale, con la conseguente necessità di percorsi di sostegno psicologico per i figli minori.
Lo stato della persona che vive forme di violenza psicologica sul proprio posto di lavoro è di sofferenza permanente, una persona che non trova pace e che ha perduto, irrimediabilmente, amore per la vita, lo stesso senso della vita. Si tratta di un’esistenza bruciata.
Come si spiega una tale forza distruttrice del Mobbing? Si spiega bene se si considera, da un lato, che l’ambiente di lavoro è l’ambiente sociale primario nel quale vengono proiettate le motivazioni più forti e prioritarie dell’essere umano, rappresentando uno dei principali contesti sociali di auto-realizzazione e di riconoscimento sociale. Il lavoro, in effetti, non è solo un mezzo di guadagno ma costituisce il mezzo prediletto dell’individuo moderno di estrincazione della propria personalità. Dall’altro lato, l’abuso psicologico assume una particolare pregnanza proprio perchè perpetrato da altri esseri umani reputati significativi all’interno di quel nucleo relazionale primario, trasformando quello che dovrebbe essere uno spazio di cooperazione e appartenenza in un luogo di minaccia e svalutazione. E’ anche questa rottura del legame fiduciario tra simili a rendere l’esperienza persecutoria profondamente destabilizzante.
Mobbing e Straining, infatti, possono essere considerati a tutti gli effetti, eventi di vita, critici e destabilizzanti (Life events) ed eventi stressanti (Life stress) in quanto pongono i soggetti che li vivono di fronte ad un drastico cambiamento in grado di modificare non solo la loro esistenza, ma anche la percezione di sé, ma chiaramente devono essere eventi oggettivamente verificabili.
Lo psicologo del lavoro è l’unico professionista competente in grado di accertare tecnicamente Mobbing e Straining e la loro potenza lesiva.
L’impatto stressogeno del Mobbing e dello Straining nel caso concreto: la risposta unica ed irripetibile della vittima
Una corretta analisi della reale potenza lesiva delle dinamiche persecutorie richiede di riconoscere, da un lato, la loro lesività od offensività intrinseca (lente di indagine di tipo prettamente psicologico-lavoristica) e, dall’altro, esige di considerare e valutare le risorse personali del soggetto, come eventuali strategie di difesa o di coping, la sua storia personale, il contesto relazionale (lente indagine di tipo psicodiagnostico), esplorando la dimensione della reattività e del concreto impatto stressogeno dell’esperienza.
Solo così è possibile giungere ad una stima piena ed attendibile del danno da Mobbing o da Straining che è, ricordiamolo, essenzialmente un “danno al modo di essere” di una persona.
⇥ E’ quindi ora di superare l’approccio medico-legale assolutamente insufficiente per la valutazione del danno non patrimoniale, in quanto limitato alla sola rilevazione di quadri sintomatologici o biologici, per adottare una prospettiva integrata, organica, eminentemente e prevalentemente psicologica che sia capace di cogliere la complessità delle psico-dinamiche e delle ricadute sulla persona nella sua individualità e globalità.
Ogni persona, infatti, ha una propria specifica modalità di reazione rispetto alla situazione stressogena. Le condizioni dell’ambiente o le caratteristiche del conflitto sono oggettive, mentre la percezione è ovviamente soggettiva. E’ nell’interazione tra ambiente e soggetto che si calibra la risposta allo stress, secondo il modello dello stress interattivo. L’impatto dell’evento dipende dall’equilibrio dinamico tra richieste esterne, assetto personologico, uno specifico sviluppo psichico e risorse personali di fronteggiamento (cd “risposta psicodifferenziale“). Le strategie di azione dell’individuo, di base, sono orientate a realizzare o aspettative di successo o aspettative di sopravvivenza.
In quest’ottica, l’essere umano si connota come unità super-complessa e la sua risposta di fronte alle esperienze di vita unica ed irripetibile. Le modalità di funzionamento di ogni individuo danno origine a manifestazioni psichiche irripetibili che fanno si che le interazioni che si generano tra persona, comportamento ed ambiente siano sempre di volta in volta diverse.
Sono 3 i fattori che influenzano il sistema percettivo, l’economia dello stress: incertezza di riuscire nell’impresa, la motivazione e l’importanza attribuita alla situazione dove l’importanza attribuita alla situazione risulta ovviamente strettamente legata alla motivazione. Un evento ritenuto importante, infatti, tende a caricare di aspettative la persona che sarà ampiamente motivata a soddisfarle.
C’è da considerare poi un ulteriore fattore che influenza l’impatto stressogeno: il tempo di esposizione allo stress.
Lette alla luce di questi fattori, Mobbing e Straining si presentano come esperienze di pressione psicologica ad elevato carico stressogeno per:
- l’impossibilità di prevedere l’evoluzione del conflitto e le mosse del mobber o dello strainer e quindi di ipotizzare esiti di risoluzione (il corso degli eventi è completamente fuori dalla sua portata);
- il notevole investimento emotivo nella motivazione prioritaria di conservare il proprio posto di lavoro (aspettativa di sopravvivenza);
- l’enorme importanza soggettiva attribuita alla problematica lavorativa determinata dalla necessità di preservare la propria fonte di reddito (ogni esperienza stressante dipende da quanta importanza il soggetto attribuisce alla situazione che sta vivendo);
- il lungo tempo di esposizione.
A tutto ciò sei aggiunge che la vittima si trova in una posizione di costante inferiorità e che non è mai preparata a riconoscere ciò che deve affrontare.
L’elevata capacità di adattamento (elasticità psicofisica per sopportare le sollecitazioni provenienti dall’ambiente) richiesta dalla situazione le determinerà però una condizione di stress iperprotratto o sotto forma di sovra-attivazione (es: superlavoro, dover reagire a continui attacchi personali) o sotto forma di sotto-attivazione che può portare al cd “Boreout” (es: svolgimento di mansioni molto al di sotto delle proprie possibilità) o anche sotto entrambe le forme.

L’esposizione prolungata determina sempre conseguenze e somatizzazioni. Lo sviluppo psicofisico di una persona richiede tempo. Il fattore tempo non può essere escluso dall’indagine relativa allo stress. Questo assunto è valido sia che l’esposizione avvenga rispetto ad un evento avverso che si ripete, come nel Mobbing, sia che avvenga rispetto ad una conseguenza permanente dell’evento avverso, caso dello Straining in cui, cosi come è stato previsto dal suo ideatore, dott. Harald Ege, si è in presenza di “stress forzato” (diverso dallo stress occupazionale) produttivo di un danno anche più ingente.
Le risorse dell’individuo non sono infinite e arriva un momento in cui esaurisce le proprie capacità di adattamento e non è più in grado di recuperare le proprie forze psicofisiche: si tratta della fase di esaurimento.
Una persona non dovrebbe mai ignorare o sottovalutare eventuali sintomi riportati per effetto di un disagio prolungato. Tali somatizzazioni possono aggravarsi a tal punto da sfociare in vere e proprie patologie invalidanti.
Lo Stress generato da una vicenda persecutoria è un’esperienza unicamente soggettiva nel senso che il valore e la portata attribuiti alla vicenda sono esclusivamente personali. Così pure è irripetibile l’impatto sull’efficienza psicofisica, sulla esistenza e sulla qualità della vita dell’individuo.
Il danno da Mobbing e da Straining dovrebbe sempre essere valutato e quantificato nell’ottica della personalizzazione. Lo psicologo del lavoro con esperienza in campo forense è il professionista più qualificato per svolgere l’indagine relativa agli effetti del Mobbing o dello Straining facendo risaltare gli aspetti individuali e personalissimi del relativo danno.
Le conseguenze psico-fisiche del Mobbing e dello Straining: i “sintomi” che parlano
Nel modello di evoluzione tipica del Mobbing (modello Ege a 6 fasi) e in quello dello Straining (modello Ege a 4 fasi), entrambi elaborati da Harald Ege, la vicenda è descritta con un andamento progressivo in senso peggiorativo che raggiunge sempre una fase di compromissione della salute psico-fisica della vittima.
Nel caso del Mobbing, nella 3° fase, compaiono i primi disturbi psicosomatici, quali ansia e insonnia mentre nella 5° fase, si registra un aggravamento della salute psico-fisica della vittima tale da obbligarla a prolungate assenze per malattia e, in molti casi, al superamento del periodo di comporto, con conseguente perdita del posto di lavoro.
I problemi del sonno (risveglio troppo presto o difficoltà ad addormentarsi) sono i primi sintomi che compaiono, quindi inappetenza, difficoltà di concentrazione, umore depresso ed ansioso, diarrea o stitichezza, disturbi alla sfera sessuale. Ma sono tantissimi altri i disturbi somatici che derivano dalle esperienze persecutorie come mal di testa, disturbi visivi, eruzioni cutanee, stanchezza generale, palpitazioni.
Tali somatizzazioni, se protratte, come detto, possono portare a patologie invalidanti.
Chiariamo subito un punto, anche per contestare la validità di tutti quei certificati medici che continuano a circolare attestando il Mobbing come una “malattia”, confondendo causa ed effetti.
Il Mobbing è una dinamica psico-sociale disfunzionale che si attua nell’ambiente di lavoro, il cui accertamento rientra nell’ambito di competenza esclusivo della psicologia del lavoro, che può eventualmente essere causa di malattia.
Ecco un esempio metaforico per capire l’assurdità di trattare il Mobbing come una malattia. Se una persona viene coinvolta in un incidente stradale riportando una frattura del braccio destro, uscendo dal Pronto Soccorso riporterà verosimilmente la diagnosi di “frattura dell’arto superiore destro”, non certo di “incidente stradale”. Analogamente, una persona coinvolta in una dinamica di Mobbing riporterà eventualmente una diagnosi di “disturbo dell’adattamento“, non certamente una “diagnosi di Mobbing”. Una “diagnosi di Mobbing” equivale ad una “diagnosi di incidente stradale” !!!
Il Disturbo Post Traumatico da Amarezza (PTED): il disturbo tipico delle vittime di violenza psicologica sul lavoro
Secondo il dott. Harald Ege, il disturbo più corretto da ricondurre alle vittime di Mobbing e di Straining è il Disturbo Post Traumatico da Amarezza (PTED – Post Traumatic Embitterment Disorder) che è una forma particolare del Disturbo dell’adattamento, che richiede la “presenza di sintomi emotivi o comportamentali clinicamente rilevabili insorti a seguito di un evento di vita negativo, eccezionale ma comunque normale” (Criterio A).
Il PTED fu presentato a livello scientifico dall’équipe di psichiatri del Prof. Michael Linden della Charité (la clinica psichiatrica della Libera Università di Berlino) che ne ha definito le caratteristiche ed hanno elaborato un metodo di rilevazione attraverso un questionario ed un’intervista diagnostica.
Tale disturbo (che non ha remissione spontanea) si configura come reazione psicologica ad un evento di vita negativo “più comune o normale”, che può essere un conflitto sul lavoro, dove la persona è esposta ad una violazione dei suoi valori morali, comportandole sentimenti permanenti di amarezza, rincrescimento, rabbia, impotenza, esacerbazione e di ingiustizia. L’evento persecutorio, infatti, è vissuto come un’ingiustizia intollerabile, un insulto o una grave umiliazione.
Ricerche condotte dalla Associazione PRIMA hanno rilevato che oltre il 93% delle vittime di Mobbing o di Straining, è affetta dal PTED.
“Il sentimento, l’emozione di percepire in qualche modo che “giustizia fu fatta” aiuta abbastanza velocemente le vittime di Mobbing e di Straining a superare molti disturbi. Se si toglie la spina dalla ferita, la ferita può chiudersi e cicatrizzarsi.” (Harald Ege)
Perchè il Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) NON è diagnosticabile nei casi di persecuzioni sul posto di lavoro?
Con il termine “Disturbo da Stress Post Traumatico” (PTSD = Post Traumatic Stress Disorder) si intende un disturbo della categoria “disturbi correlati a eventi traumatici stressanti”. Si tratta quindi di un disturbo che segue (post) un evento vissuto come traumatico e che ha, secondo il diagnosticario dei disturbi mentali (DSM-5), una durata superiore di 1 mese. Il disagio è clinicamente significativo e provoca compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Spesso si manifesta tramite ricordi intrusivi e indesiderati (flashbacks).
La realtà, invece, è che un evento è traumatico perchè ha la capacità di creare una specie di shock psicologico che il cervello umano non riesce a comprendere, e l’elaborazione dell’ evento reca alla sua vittima un disagio enorme e di significativa durata nel tempo. L’evento traumatico è caratterizzato da una “esposizione a morte reale o minaccia di morte, grave lesione, oppure violenza sessuale” (Criterio A). Quindi parliamo di un evento estremo.
In effetti, il Disturbo da Stress Post Traumatico venne per la prima volta studiato durante la Prima Guerra Mondiale poiché riscontrato nei veterani reduci di guerra in trincea, non a caso veniva anche chiamato “disturbo da guerra”. Questa tipologia di disturbo venne poi successivamente studiata in altre occasioni, sempre e solo in relazione ad eventi estremi.
Nell’ambiente lavorativo è senz’altro possibile trovare circostanze per effetto delle quali riportare la diagnosi di PTSD ma deve trattarsi di un grave incidente, un crollo, l’avere assistito alla morte di un collega, certamente non un’esperienza persecutoria.
Pertanto, sebbene molti sintomi associabili alla diagnosi di PTSD sono frequentemente riscontrabili nelle vittime di Mobbing e di Straining, la formulazione di questa diagnosi per queste ultime è scientificamente sbagliata e facilmente confutabile in sede giudiziaria proprio perchè manca il criterio A (molto spesso ignorato dagli specialisti!) ovvero la condizione di esposizione ad evento estremo come la morte reale, la minaccia di morte, le gravi lesioni o la violenza sessuale (non la molestia sessuale).

