DIFENDERSI DAL MOBBING

Ciò che la maggior parte delle vittime di Mobbing ignora

Ma è veramente possibile difendersi dal Mobbing?

La risposta è “si” nella cd pre-fase del Mobbing che il dott. Ege ha definito “condizione zero“, ma non nella fase conclamata del Mobbing, quella del conflitto mirato ovvero della vera e propria persecuzione. Analizziamo questi 2 momenti.

La Condizione Zero

Nella fase iniziale, la persona ha buone possibilità di influenzare positivamente la progressione del conflitto, lavorando sulle proprie capacità comunicative, sul proprio modo di rapportarsi con l’altra persona. Si sta parlando di una situazione interpersonale che nasce da un’incomprensione, una situazione risolvibile che potrebbe addirittura presentarsi come un’opportunità di crescita personale. In effetti, è possibile acquisire strumenti e risorse per imparare a prevenire o gestire un conflitto interpersonale.

Ci sono 3 verità che sfuggono alla maggior parte delle vittime di Mobbing:

  • Il Mobbing è un conflitto che, nella sua fase iniziale, con tutta probabilità, poteva essere controllato e risolto.
  • Alla base di una dinamica di conflitto, c’è una relazione costituita da due soggetti che interagiscono in un rapporto di interdipendenza reciproca (le azioni e il comportamento dell’uno influenza sempre le azioni ed il comportamento dell’altro).
  • Emotività e soggettività giocano un ruolo fondamentale: nel momento in cui il conflitto scivola dal piano oggettivo (oggetto della discussione) al piano soggettivo (si permettono gli attacchi personali) e degenera, si aumenta considerevolmente il rischio che si tramuti in Mobbing.

💡Una domanda potente che una persona coinvolta in un conflitto potrebbe porsi è: “quanto di mio sto mettendo nel conflitto?” Ma attenzione: l’auto-analisi non deve mai raggiungere il livello dell’auto-colpevolezza!

Il Mobbing: il conflitto mirato

Siamo nella fase conclamata del Mobbing, la fase in cui la persona è stigmatizzata e viene fatta oggetto di azioni ostili mirate. In questa fase, le possibilità di difesa sono azzerate, in effetti, una sensazione comune a tutte le vittime di Mobbing, è proprio quella di avvertire un senso di impotenza e di solitudine devastante. La persona è in guerra, il Mobbing è una guerra, una guerra sul lavoro, come l’ha definita il dott. Harald Ege. La guerra sul lavoro però, a differenza della guerra sul campo, è una lotta ad armi impari, molto “più subdola e nascosta, a volte persino invisibile ad occhio esterno“. La falsità è la condizione portante del conflitto: menzogne, sabotaggi, bugie, calunnie, mezze verità, ipocrisia, opportunismo, manipolazioni della vittima e dell’ambiente circostante, volontà di far apparire certe cose, tutto ciò è all’ordine del giorno.

La vittima di Mobbing è in una condizione di svantaggio incolmabile. Significa che non può difendersi con le stesse modalità del suo persecutore. Non solo, consuma molta più energia per gestire il conflitto. Non dimentichiamolo mai: le regole del Mobbing le detta il mobber“. (Harald Ege)

Non è un caso, infatti, che il “dislivello tra gli antagonisti” costituisca proprio un elemento costituivo del Mobbing, difatti Harald Ege lo richiede come 5° parametro per l’accertamento del Mobbing secondo il Metodo Ege®.

La vittima di Mobbing dovrebbe sempre tenere a mente un fatto: poichè tale dislivello è destinato a permanere per tutta la durata e la progressione del Mobbing e poichè l’intento del mobber è proprio quello di distruggerla, punirla e/o eliminarla, allora la sconfitta per lei è l’unico epilogo possibile (dimissioni, prepensionamento, licenziamento, grave depressione). In effetti, esiste una ragione per fermare la guerra, ma si trova sempre da una parte soltanto.

Ma quali sono le reazioni tipiche di una vittima di Mobbing?

Reazione passiva

La fuga, la reazione più comune. La persona non vuole accettare di essere una vittima, pertanto tenta di proseguire la propria vita lavorativa. Giorno dopo giorno però diventa sempre più insicura, ha una paura folle di sbagliare, si chiude sempre di più in sè stessa, spesso pensa che la colpa è sua, che c’è qualcosa che non va in lei.

Reazione attiva

L’opzione dell’attacco. La vittima tenta di difendersi o attraverso uno scontro diretto, o con quei pochi mezzi che ha a disposizione, come cercare l’alleanza di alcuni colleghi. Il problema è che il mobber agisce in modo subdolo e che è lui a dettare le regole del Mobbing, quindi di fatto la vittima è impotente. E’ come gettare benzina sul fuoco.

I 9 errori più comuni nell’ affrontare il Mobbing

  1. Il primo errore, più importante, in quanto quello che influenza tutte le decisioni successive, inclusa quella se intraprendere o meno l’azione legale, riguarda la scelta del professionista cui rivolgersi, in prima battuta, per chiedere orientamento ed aiuto. Tipicamente, il lavoratore o la lavoratrice si rivolge o al sindacato, o al medico, o direttamente al legale. Nessuna delle tre figure però è un esperto di disfunzioni dei contesti lavorativi, di conflitti occupazionali, né tanto meno di dinamiche psicologiche alla base di questi. Il medico può fare la diagnosi di un disturbo, stabilendo se è di natura reattiva, e prende nota, in modo generico, come dato anamnestico riportato dal proprio paziente, se il disturbo deriva da problematica lavorativa. Non può invece analizzare il conflitto. Il legale svolge naturalmente un ruolo centrale (qualora la persona decida di intraprendere la causa), è un esperto di diritto, conosce le norme giuridiche e riconosce le eventuali violazioni connesse alle singole azioni ma non può valutare né la potenza lesiva di queste (valutazione che è alla base della richiesta di risarcimento) né la complessità dell’intero quadro vessatorio (prima cosa da valutare). Si badi bene, non si sta asserendo che la persona non debba rivolgersi né al medico né al legale, bensì che essi non dovrebbero essere i suoi primi interlocutori. Le certificazioni che diagnosticano il “Mobbing” come se fosse una malattia o che ipotizzano a causa del disturbo sono inutili e non valide. (Per comprendere questo aberrante errore, risulta molto efficace quest’esempio: se una persona viene investita da un’automobile e si rompe una gamba, la diagnosi medica che otterrà al pronto soccorso sarà verosimilmente “frattura dell’arto inferiore”, non certo di “incidente stradale”. Una diagnosi di “Mobbing” equivale concettualmente ad una diagnosi di “incidente stradale”!).
  2. La vittima di Mobbing, spesso, non si rende conto che non ha la lucidità mentale necessaria per poter risolvere da sola il problema, in quanto sottoposta a pressione psicologica. E’ importante che riconosca la propria posizione di fragilità e di debolezza.
  3. Un altro errore molto comune del mobbizzato è quello di chiudersi in se stessi ed isolarsi anche fuori dal contesto di lavoro, rimuginando ossessivamente sul problema, non capendo che il problema non è lui o lei, bensì il proprio ambiente di lavoro.
  4. La vittima di Mobbing tende a riversare sul proprio nucleo famigliare tutta la sua frustrazione e la propria insofferenza, l’effetto sarà quello del Doppio-Mobbing. La famiglia non ha le risorse e gli strumenti per risolvere il problema del Mobbing.
  5. La vittima di Mobbing resta in attesa degli eventi pensando erroneamente che la situazione si risolverà in qualche modo. Il mobber però ha uno scopo e non si fermerà fintanto che non lo raggiungerà.
  6. Spesso prende decisioni avventate che potrebbero costarle tanto e compromettere la propria tutela sul fronte giuridico.
  7. Aumenta il proprio livello di efficienza nell’eseguire le proprie prestazioni di lavoro pensando di poter migliorare la situazione. Ma cosi facendo non fa che aumentare il proprio livello di stress e di frustrazione dato che le sue azioni seppure positive non sono destinate a riscontrare alcun effetto.
  8. Rinuncia ad assentarsi dal lavoro per malattia pur soffrendo di disturbi significativi pur di preservare la propria posizione professionale (che è già compromessa) o per timore di ritorsioni. Tuttavia la permanenza nel contesto lavorativo disfunzionale, in assenza di adeguata tutela o di interruzione dell’esposizione allo stressor, non fa che aggravare progressivamente il proprio quadro clinico, determinando un peggioramento della salute psicofisica (inoltre la mancata formalizzazione diagnostica renderà assai complessa la prova del danno biologico in caso di azione legale attivata per ottenere un risarcimento).
  9. Tende a colpevolizzarsi o sminuirsi e cercare disperatamente quale errore possa aver commesso per “meritare” un simile trattamento. Nessuno merita il Mobbing come “castigo” o punizione per qualche errore che può aver commesso.

Non dobbiamo chiederci quale errore la vittima ha fatto per essere così mobbizzata. Nessuno è perfetto. Ciò che invece è utile fare è cercare con quale mezzo aiutarla. Una cosa infatti è sicura: la vittima ha bisogno di aiuto.” (Fonte: ““Mobbing, che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro”, Harald Ege, Pitagora Editrice Bologna, 1996)

Mobbing: quali sono i passi giusti?

1.Rivolgersi al giusto professionista quando si pronti a capire e si vuole agire consapevolmente

E’ qui che la stragrande maggioranza delle persone “inciampa”: confuse e disorientate vengono immesse in un percorso di tutela errato o poco efficace dalle prime persone cui si rivolgono, scelte impulsivamente, e che tipicamente non coincidono con figure professionali qualificate. Il problema è che viene compromessa la possibilità di interventi successivi. Il Mobbing però è una materia complessa e specialistica che richiede competenze integrate. Affidarsi, sin dalle prime avvisaglie, ad un vero esperto rappresenta una decisione cruciale. L’esperto di riferimento è lo psicologo del lavoro e delle organizzazioni, specializzato in materia di conflittualità lavorativa (possibilmente con esperienza in ambito forense e peritale). Questo professionista svolge il delicato compito di orientare il percorso di tutela e, risvolto inconsueto, di offrire uno spazio di ascolto autentico. Le vittime di Mobbing abitualmente riferiscono di sentirsi “finalmente comprese” al termine del colloquio. Lo psicologo del lavoro, grazie alla sua specifica formazione e sensibilità, riesce perfettamente a riconoscere l’esatta portata lesiva del vissuto emotivo della persona, aiutandola a dare un senso a ciò che sta accadendo e favorendo un approccio più equilibrato all’esperienza. Questo momento di riconoscimento e di validazione psicologica è spesso un punto di svolta: restituisce chiarezza, un maggior senso di fiducia e la percezione di non essere veramente più soli di fronte al problema, alleviando il senso di impotenza che provano.
Un passaggio tanto umano quanto essenziale, perché comprendere e sentirsi compresi è il primo passo verso qualsiasi percorso di tutela e di risanamento reale.

Ogni persona che ha subito Mobbing merita, prima di tutto, di riconoscere e comprendere ciò che ha subito e il danno che quest’esperienza le ha provocato. Conseguire piena consapevolezza della portata di ciò che ha vissuto è un passo fondamentale, anche psicologicamente, indipendentemente se deciderà o meno di intraprendere l’azione legale. E’ possibile acquisire tale consapevolezza solo ricercando il punto di vista di chi può veramente capirla.

2. Provocare una corrispondenza: ciò che non rimane scritto è una prova perduta

Deve restare traccia scritta di qualsiasi cambiamento di mansioni, anche permanente, di qualsiasi ordine di servizio, anche solo temporaneo. In caso di aggressione verbale, accusa o minaccia vanno richiesti chiarimenti per iscritto o anche qualsiasi comportamento scorretto deve essere fatto presente per iscritto. Cosi facendo, il percorso e l’evoluzione del Mobbing sarà ricostruibile con esattezza ed obiettività.

E se si tratta di una condotta datoriale di natura omissiva da cui però derivino conseguenze lesive come un’ inattività permanente? E’ opportuno inviare regolarmente una missiva (es: mail) per far presente la situazione, chiedendo delucidazioni ed esortando una correzione (es: “non ho avuto niente da fare oggi/la settimana che va dal … al …/questo mese …, chiedo chiarimenti e chiedo di poter svolgere le mie mansioni…”).

I messaggi whatsapp possono costituire una prova?

Messaggi whatsapp, sms e screenshot di messaggi conservati nella memoria del telefono cellulare costituiscono prova documentale come confermato da recente Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 1254 del 18/01/2025.

3. Effettuare registrazioni nei limiti consentiti dalla legge

E’ legittima la registrazione di colloqui intercorsi nei luoghi aziendali in assenza del consenso delle persone presenti purché si partecipi alla conversazione e purché la registrazione sia esclusivamente finalizzata alla propria difesa.

Scopri cosa stabilisce la Suprema Corte di Cassazione nell’Ordinanza n. 20487 del 21/07/2025

“L’utilizzo a fini difensivi di registrazioni di colloqui tra il dipendente e i colleghi sul luogo di lavoro non necessita del consenso dei presenti e che la tale registrazione fonografica, rientrando nel genus delle riproduzioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c., ha natura di prova ammissibile nel processo civile del lavoro così come in quello penale (v. Cass. 29 dicembre 2014, n. 27424 ed i richiami ni essa contenuti a Cass. 22 aprile 2010, n. 9526 ed a Cass. 14 novembre 2008, n. 27157). È stato, altresì, chiarito che l’ipotesi derogatoria di cui all’art. 24 del d.lgs. n. 196/2003 che permette di prescindere dal consenso dell’interessato sussiste anche quando li trattamento dei dati, pur non riguardanti una parte del giudizio in cui la produzione viene eseguita, sia necessario per far valere o difendere un diritto (Cass. 20 settembre 2013, n. 21612), a condizione che i dati medesimi siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento. Inoltre, li diritto di difesa non va considerato limitato alla pura e semplice sede processuale, estendendosi a tutte quelle attività dirette ad acquisire prove in essa utilizzabili, ancor prima che la controversia sia stata formalmente instaurata mediante citazione o ricorso (cfr. la già citata Cass. n. 27424 del 2014). Alla luce di tali premesse, si è giudicata legittima, cioè inidonea ad integrare un illecito disciplinare, la condotta del lavoratore che abbia effettuato tali registrazioni per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda e per precostituirsi un mezzo di prova, rispondendo la stessa, se pertinente alla tesi difensiva e non eccedente le sue finalità” […]

4. Assentarsi per malattia

Se sussiste un disagio psico-fisico significativo, è consigliabile rivolgersi al proprio medico di base che farà una prima valutazione del quadro clinico e invierà il proprio paziente verso altre valutazioni specialistiche. Resistere non ha alcun senso non solo perchè è impossibile rendere adeguatamente sul lavoro in condizioni di persecuzione psicologica ma soprattutto perchè non si fa che danneggiare ulteriormente la propria salute.

L’importanza di produrre una certificazione medica accurata

La eventuale certificazione medica prodotta dovrà indicare la natura reattiva del disturbo diagnosticato e la menzione della problematica occupazionale (senza indugiare in alcuna spiegazione o disamina della problematica), quale causa del disturbo anamnesticamente riferita dal paziente. Il medico di base può perfettamente fare questa menzione poichè non sta azzardando nessuna analisi della dinamica lavorativa , ma semplicemente riportando un dato anamnestico.

5. De-emozionare il conflitto

Gli attacchi personali e gli abusi sono espressione di una strategia mobbizzante: lo scopo del mobber è destabilizzare emotivamente la vittima e renderla vulnerabile. Vogliamo renderglielo possibile? Tenere questo a mente renderà più facile restare lucidi e razionali ed adottare un approccio strategico nella controffensiva.

6. Scrivere un diario

Un’attività che presenta incredibili effetti terapeutici. Non solo, il diario aiuterà molto in una ricostruzione successiva e puntuale dei fatti in caso di azione legale.

7. Intensificare la vita privata

Identificare un’attività che appassiona e farla presenta molti benefici, è utile per dissipare l’energia distruttiva dell’esperienza che si sta vivendo. Il problema resta, certo, ma è vitale aiutarsi a recuperare equilibrio, ricaricare le energie. Se il disagio viene lasciato crescere incontrollato nella mente, si alimenta un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire con la conseguenza di scivolare rapidamente verso la depressione.

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