
DIOSSOLOGIA
La psicologia delle persecuzioni e l’accertamento su basi scientifiche
Nel 2010 il dott. Harald Ege ha introdotto una scienza nell’ambito delle discipline psicologiche cui ha dato il nome di “Diossologia”. La Diossologia è un ramo della psicologia che si occupa di qualsiasi forma di persecuzione.
Con il termine di “persecuzione” si intende generalmente:
“un comportamento di inseguimento fisico e/o azioni che mirano a disturbare la vittima. A differenza della parola seguito, si intendo comunque un comportamento indesiderato da parte della vittima” (ndr “Al centro della persecuzione, Analisi, conseguenze e valutazioni del comportamento persecutorio“, Harald Ege, FrancoAngeli, 2010)
Lo scopo è quello di fornire una descrizione delle varie situazioni di persecuzione, considerate nella loro specificità, e anche quello di identificare gli elementi comuni.
Ege prevede 7 macro categorie di persecuzioni:
- “Work Dioxology” o persecuzione sul posto di lavoro (Mobbing, Straining, Stalking occupazionale);
- “Life Dioxology” o persecuzione nella vita privata (Stalking emotivo, Stalking delle celebrità, Molestie);
- “Family Dioxology” o persecuzione nella vita famigliare (violenza fisica, violenza psicologica, violenza sessuale, violenza economica, violenza sociale);
- “School Dioxology” o persecuzione nella scuola (Bullismo);
- “Military Dioxology” o persecuzione nella caserma (Nonnismo);
- “Social Dioxology” o persecuzione nella società (Razzismo, discriminazione religiosa, moda e pressione di gruppo, Xenofobia, violenza negli stadi, terrorismo, nazionalismo, persecuzione politica);
- “Media Dioxology” o persecuzione mediatica (paparazzismo, accanimento mediatico).
Definizione e parametri per riconoscimento
I parametri individuati da Ege per il riconoscimento di una persecuzione corrispondono a 5 dei 7 parametri individuati dal Metodo Ege®, concepito per l’analisi, su base scientifica, del conflitto occupazionale e per la quantificazione del danno da Mobbing e da Straining e sono:
- Frequenza
- Durata
- Tipi di azioni
- Dislivello tra gli antagonisti
- Intento persecutorio
Attraverso l’applicazione dei 5 parametri, Harald Ege ha anche fornito una definizione chiara e strutturata di “persecuzione”:
“Con la parola persecuzione si intende una situazione conflittuale caratterizzata da azioni ostili o conseguenze sistematiche derivanti dalle azioni ostili, che non si consumano nella stessa giornata, ma che perdurano nel tempo e che consistono in un inseguimento fisico, ripetute azioni moleste e/o situazioni discriminanti. La vittima è in una situazione di costante inferiorità. Si tratta di un processo dinamico che viene attuato intenzionalmente“. (Harald Ege)
(Fonte “Al centro della persecuzione, Analisi, conseguenze e valutazioni del comportamento persecutorio”, Harald Ege, Franco Angeli, 2010)
La scala di intensità persecutoria: potenza lesiva intrinseca e gravità percepita
La Diossologia ci offre un modello affidabile di valutazione della potenza lesiva intrinseca o gravità oggettiva percepita delle persecuzioni:
- la prima è basata sulla somma di 9 valori numerici riferiti a 9 criteri: reperibilità della vittima, esposizione reale alle azioni ostili, frequenza delle azioni ostili, penetrazione e gravità delle azioni, presenza del persecutore, ripercussione delle azioni, durata delle persecuzione, scappatoia/via di fuga, possibilità di difesa; per cui ogni forma di persecuzione presenta il proprio valore numerico indicativo della potenza lesiva intrinseca;
- la seconda è basata sull’attribuzione di un valore graduato, da “molto leggero” a “gravissimo”, indicativo della gravità percepita da parte della vittima.
Naturalmente la gravità della condotta deve essere sempre valutata anche rispetto al concreto impatto stressogeno della condotta sulla singola persona.

Pubblicazione principale in materia di Diossologia
“Al centro della persecuzione, Analisi, conseguenze e valutazioni del comportamento persecutorio”, Harald Ege, Franco Angeli, 2010
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Mobbing e Straining, le condotte persecutorie sul posto di lavoro: l’importanza di riconoscerle in sede di azione legale
Mobbing e Straining costituiscono forme di persecuzione e non possono essere confusi con generiche situazioni di stress occupazionale o di stress ambientale (attualmente la dottrina forense fa un uso eccessivo di espressioni come “ambiente stressogeno” o “colpa organizzativa”). Questi fenomeni originano da psico-dinamiche di tipo relazionale e conflittuale.
Il Mobbing o lo Straining non accadono casualmente. Presuppongono l’esistenza di un legame relazionale forzato che costringe mobber/strainer e vittima/e a condividere non solo lo stesso spazio fisico (ambiente di lavoro) ma anche una dimensione psicologica dalla quale scaturiscono specifiche componenti emotive nel mobber/strainer (gelosia, senso di inadeguatezza, rivalità, invidia, bisogno di controllo, insicurezza ecc) da indurlo a scagliarsi contro una vittima e porre in atto una dinamica persecutoria. Basta che una persona venga percepita scomoda per un’altra, per esempio, una minaccia alle prospettive di carriera, da divenire un bersaglio e la vittima designata di una persecuzione.
Siamo di fronte ad una persona che agisce contro un’altra persona che subisce. E non c’è nemmeno bisogno di un “clima tossico”. La motivazione personale fa scattare la dinamica.
L‘impatto stressogeno naturalmente sarà sempre comunque soggettivo e dipenderà dal sistema reattivo della vittima ma non si potrà prescindere, nella valutazione di tale impatto e quindi del danno in caso di azione legale, dal considerare la specificità tassonomica e la potenza lesiva intrinseca dei fenomeni persecutori. Il peso del danno non dipende da un “clima organizzativo” o da un “ambiente stressogeno”, bensì da azioni mirate e particolarmente lesive.
Occorre continuare ad operare le giuste distinzioni nell’ambito della categoria delle psico-dinamiche in ambito lavorativo tenendo sempre presente una scala di gravità, dove evidentemente le condotte moleste, incluso lo Straining, si collocano ai vertici.
In tale prospettiva, l’intento persecutorio mantiene una forza qualificante decisiva, costituendo parametro essenziale, quale 7° indicatore secondo il Metodo Ege®, per il riconoscimento tanto del Mobbing quanto dello Straining.
Le categorie di Mobbing e Straining sono state elaborate dalla psicologia del lavoro con la funzione di attribuire una forza qualificante a specifiche psico-dinamiche in ambito lavorativo rendendo riconoscibile la loro peculiare carica lesiva.
“Nel processo del lavoro, Mobbing e Straining devono conservare la loro natura di qualificazioni superlative di condotte illecite e devono continuare a godere di uno specifico riconoscimento giurisprudenziale al fine di garantire una tutela risarcitoria proporzionata e coerente con la loro potenza lesiva. Va di pari passo che in sede di azione legale, dovrà essere sostenuta con tutti i crismi la tesi persecutoria. Negare identità giuridica al Mobbing e allo Straining equivale a negare dignità al danno che producono”. (Harald Ege)
Lo Straining come dinamica persecutoria e non come “Mobbing attenuato”!
Lo Straining così come ideato e scrupolosamente definito e parametrato dal suo autore, Harald Ege (2004), rientra a tutti gli effetti tra le dinamiche persecutorie ed è dotato di una potenza lesiva superiore al Mobbing!
Relegarlo o trattarlo alla stregua di un surrogato del Mobbing (alias “Mobbing attenuato”) è un errore molto grave, poichè si avvalla una sottovalutazione dell’impatto stressogeno che produce sulla persona e quindi del danno che ne deriva. Lo si svuota di quella specificità e forza lesive che l’occhio scientifico del suo autore gli voleva proprio conferire allo scopo di estendere la tutela a tutti quei casi (notevolmente superiori a quelli di Mobbing!) in cui manca la pluralità delle azioni ostili ma permane nel tempo l’effetto pregiudizievole della condotta.
La componente intenzionale e discriminatoria (ndr intento persecutorio) dunque è un elemento costituitivo di questa categoria conflittuale.
💡 Quando sussista lo Straining, scrupolosamente accertato da un tecnico (psicologo del lavoro), in giudizio va sostenuta la tesi dello Straining, e non la tesi del Mobbing, né tanto meno la tesi di un fantomatico “ambiente stressogeno”. L’ azione legale deve poggiare su una perizia psicologico-lavoristica che analizzi la dinamica di Straining.
Stalking occupazionale: la forma più grave di persecuzione in ambito lavorativo
Considerata la sua base scientifica, l’approccio di analisi basato sulla verifica dei 7 parametri individuati dal Metodo Ege® rappresenta il modello di riferimento, non solo del Mobbing e dello Straining, bensì anche dello Stalking occupazionale.
Di seguito la definizione che ci fornisce Harald Ege:
“Con l’espressione di Stalking occupazionale si intende una forma di Stalking in cui l’effettiva attività persecutoria si esercita nella vita privata della vittima, ma la cui motivazione proviene dall’ambiente di lavoro, dove lo stalker ha realizzato, subito o desiderato una situazione di conflitto, persecuzione o Mobbing“. (“Al centro della persecuzione, Analisi, conseguenze e valutazioni del comportamento persecutorio”, Harald Ege, Franco Angeli, 2010).
Lo Stalking occupazionale rappresenta molto spesso un’evoluzione aggravata del Mobbing che assume indubbiamente una rilevanza sotto il profilo penalistico.
L’ordinamento penale, però, non contempla una fattispecie di reato di Stalking occupazionale, che viene ricondotto al reato di atti persecutori ex art. 612 bis c.p..
⇥ Si riporta un interessante articolo dell’avv. Francesca Penzo Doria che esplora le controverse interpretazioni della giurisprudenza penale della fattispecie in questione ed il suo rapporto con il Mobbing.
Cosa fare se si pensa di essere vittima di una persecuzione sul posto di lavoro?
Il primo passo consiste nel riconoscere la sussistenza della dinamica e accertarne la natura esatta. Si tratta di una fase preliminare imprescindibile, che rende necessario il coinvolgimento prioritario dello psicologo del lavoro, unico professionista in grado di valutare la presenza delle dinamiche persecutorie.
Alla fase di accertamento tecnico-specialistico (articolata in 2 fasi distinte: valutazione preliminare ed elaborazione di una perizia) segue l’intervento dell’avvocato giuslavorista (ed eventualmente dell’avvocato penalista in caso di Stalking occupazionale), in un’ottica di collaborazione interdisciplinare molto ben coordinata e funzionale alla corretta qualificazione dei fatti e alla tutela effettiva del lavoratore.

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