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Oltre il mobbing

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A una decina d'anni di distanza dall'introduzione della tematica del Mobbing in Italia, sembra assodato che si sia diffusa una conoscenza di massima del fenomeno e delle sue gravi conseguenze. Di pari passo con il Mobbing è cresciuta una generale sensibilità verso le problematiche legate alla sicurezza sui luoghi di lavoro, intesa sia a livello strutturale, sia appunto a livello relazionale. Anche se vi è ancora molta strada da percorrere, non si può che essere soddisfatti dei passi comunque mossi in questa direzione.
Questo risultato positivo, tuttavia, è purtroppo controbilanciato dalla serie negativa che il Mobbing ha segnato sul fronte delle azioni giudiziarie. Fanno grande notizia alcune sentenze clamorose pronunciate in merito, tuttavia non altrettanta pubblicità viene riservata alle tante, tantissime cause di Mobbing, di lavoro soprattutto ma anche penali, che finiscono in nulla, respinte al primo esame, cadute a suon di prove fallite, smarrite nei tempi allucinanti della Giustizia, dirottate e spesso purtroppo stravolte in affrettate ed incerte trattative extragiudiziarie. La verità nuda e cruda è che la stragrande maggioranza delle azioni giudiziarie di Mobbing fallisce, e che, a parte qualche caso particolare, fallisce perché effettivamente di Mobbing non si trattava.
La diffusione della conoscenza del Mobbing ha infatti permesso alla maggioranza degli operatori chiamati a trattare il problema, siano questi psicologi, medici, avvocati o giudici, di riconoscere alcuni tratti fondamentali connotanti il Mobbing e di discriminare di conseguenza. Uno di questi tratti è la sistematicità, frequenza e regolarità delle azioni ostili perpetrate ai danni della vittima: laddove insomma non emerge una situazione di conflitto permanente, con attacchi costanti e ripetuti contro il presunto mobbizzato, sempre più giudici rigettano, a ragione, le domande di Mobbing.
Dunque dobbiamo credere a chi è sicuro che il Mobbing non esista e che tutti i presunti mobbizzati siano dei mistificatori in cerca di facili e ingiusti guadagni? Certamente no. Se così stessero le cose, tutti i ricercatori, i professori e gli studiosi europei di Mobbing sarebbero vittime di un'allucinazione collettiva.
D'altra parte, è un dato di fatto che la maggior parte di chi si ritiene vittima di Mobbing in realtà non lo è affatto. Secondo le ricerche condotte da PRIMA su oltre tremila vicende lavorative analizzate in dieci anni di lavoro, è che solo un caso su cinque si riveli all'analisi come effettivamente riconducibile a Mobbing. E il resto? Vi sono senz'altro persone che ritengono di aver finalmente trovato un nome ad un disagio che invece purtroppo è insito nella loro mente; vi è allo stesso modo anche un certo numero di personaggi in cerca di cuccagne, ma non sono certo la maggioranza.
Noi stimiamo che circa il 60% di chi si ritiene mobbizzato abbia effettivamente subito sul lavoro un trattamento ingiusto, discriminante e lesivo, anche se non definibile come Mobbing. La maggior parte di queste persone sono state vittime di poche azioni ostili distanziate nel tempo, oppure di un'unica, isolata azione ostile, per esempio un grave demansionamento o un trasferimento gravoso ed illegittimo. L'esempio tipico è quello di un lavoratore relegato a mansioni inferiori e umilianti e là tristemente "dimenticato", che da tale situazione riporta pesanti conseguenze, non solo a livello professionale, ma anche di salute, di autostima, di serenità famigliare, di socialità, di qualità della vita in senso lato.
Siamo partiti dunque da questa realtà che si manifestava chiaramente davanti a noi per ipotizzare che vi fosse qualcosa oltre il Mobbing e per giungere quindi a teorizzare l'esistenza di un fenomeno lavorativo e sociale simile, ma diverso, capace per altro di causare gli stessi devastanti effetti sulla vittima, sull'azienda, sulla Società.
Questo nuovo fenomeno è stato denominato Straining, è già stato presentato in alcuni congressi internazionali di psicologia del lavoro e all'interno di una pubblicazione italiana (Oltre il Mobbing. Straining, Stalking e altre forme di conflittualità sul posto di lavoro, di Harald Ege, ed. Franco Angeli, Milano, 2005) ed è stato già ufficialmente riconosciuto in una pionieristica sentenza (n. 286 del 21.04.05 Trib. del Lavoro di Bergamo).
Lo Straining è definito come una situazione di Stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione che ha come conseguenza un effetto negativo nell'ambiente lavorativo, azione che oltre ad essere stressante, è caratterizzata anche da una durata costante. La vittima è in persistente inferiorità rispetto alla persona che attua lo Straining (strainer). Lo Straining viene attuato appositamente contro una o più persone, ma sempre in maniera discriminante.
Tecnicamente parlando lo Straining si colloca a metà strada tra il Mobbing e lo stress occupazionale. Non è Mobbing in quanto, come abbiamo visto, manca la sistematicità e la frequenza delle azioni ostili; d'altra parte è qualcosa di più del semplice stress occupazionale, ossia allo stress dovuto al tipo o alle condizioni di lavoro. Le vittime di Straining infatti sono oggetto di uno Stress che è forzato, cioè superiore a quello normalmente richiesto dalle loro mansioni lavorative e diretto nei loro confronti in maniera intenzionale e discriminante: in sostanza, solo a loro - siano essi una sola persona o un gruppo - viene riservato quel tipo di trattamento illecito e dannoso.
In una situazione di Straining, infatti, l'aggressore (strainer) sottomette la vittima facendola cadere in una condizione particolare di stress con effetti a lungo termine. Tale stress può derivare dall''isolamento fisico o relazionale o dalla passività generale nei confronti della vittima, dalla privazione, dalla riduzione o dall'eccesso del carico lavorativo. In sostanza, possiamo essere relegati in una stanza in fondo al corridoio dove nessuno passa o trasferiti nella classica filiale remota dove nessuno vorrebbe mai andare; possiamo essere sottoposti ad un eccessivo carico di lavoro o a mansioni superiori per cui non abbiamo preparazione adeguata, oppure possiamo essere deprivati nelle nostre mansioni, costretti a incarichi minori o addirittura all'inoperosità.
Tale nostra situazione sarebbe identificabile come stress occupazionale, se non fosse per il particolare, cruciale, che tale trattamente è riservato solo a noi. La discriminazione e l'intenzionalità del comportamento ostile di cui siamo vittime ci fanno percepire la nostra condizione come Mobbing, e da qui nasce l'equivoco.
Per accertare una situazione di Straining deve essere presente e attestata almeno una azione ostile, che abbia una conseguenza duratura e costante a livello lavorativo e un carattere intenzionale e discriminatorio. Con ovvio parallelismo con il Mobbing - tuttavia con le dovute differenze - anche per lo Straining è stato elaborato un metodo specifico di rilevazione basato sulla verifica empirica della presenza di sette parametri tassativi di riconoscimento.
A livello risarcitorio, i danni configurabili a seguito di una condizione di Straining sono del tutto paragonabili a quelli già riconosciuti come correlati al Mobbing, ossia un danno esistenziale specifico, legato al decadimento della qualità di vita della vittima, a cui possono - ma non necessariamente devono - aggiungersi altri tipi di danno come quello biologico, qualora dalla situazione di Straining ne sia risultata causalmente compromessa la salute psicofisica della vittima, o quello professionale, nel caso in cui la deprofessionalizzazione subita abbia avuto effetti deleteri in questo senso.
Come nel Mobbing, anche nello Straining dunque i vari professionisti lavorano in equipe per garantire la migliore tutela alla vittima: l'avvocato calibrerà le richieste secondo l'effettivo stato delle cose, il medico quantificherà gli eventuali danni biologici correlati, lo psicologo definirà lo Straining e il danno esistenziale. Quest'ultimo professionista, esperto in conflitti organizzativi, ha comunque il ruolo cruciale di distinguere e chiarire, in modo da indirizzare la persona nella giusta direzione di azione, al riparo da sproporzionate illusioni e conseguenti, profonde delusioni.

 

 
 

 

PRIMA - Associazione Italiana contro Mobbing e Stress psico-sociale - via G. Marconi 51 - 40122 Bologna - tel. e fax 051 614 89 19 Credits Scura Design